Propaganda and social media

2018-04-12 17:30:00 2018-04-12 18:30:00 Europe/Rome Propaganda and social media #ijf18 Incontro con Nathan Jurgenson. Modera Fabio Chiusi. Il dibattito contro la normalizzazione di figure politiche come Trump rischia di perdere di vista quanto sia consolidata la politica come intrattenimento, e quanto sia normale il fanatismo nei processi politici. Le campagne elettorali e la loro copertura sono spesso ostili alla reale politica, consistono invece in discorsi oggettivamente stupidi, dibattiti finti e sensazionalismi - essenzialmente fan fiction - che elevano una ridicola figura autoritaria scelta da un gigantesco reality show. Per comprendere il mandato di Trump, dobbiamo concentrarci su come la sua condotta sia allineata con le presidenze "normali" dei suoi predecessori, e su come sono state coperte dai media. Criticare Trump per sostenere una fantomatica dignità presidenziale è in sostanza un fraintendimento della politica americana. Il principale momento nella copertura della campagna presidenziale di Donald Trump è stato il primo: quando la sua carriera politica è stata accolta da esperti e giornalisti con ilarità. Per quelli il cui compito era descriverlo, la realtà politica era addirittura ridicola. E dopo la notte delle elezioni, non siamo riusciti a fare buon uso dei sentimenti di shock e confusione. La dissonanza tra realtà politica e il modo in cui giornalisti e esperti la descrivono è stato trattato, ma poco è cambiato. Non immaginavamo modi diversi di fare le cose. Gli stessi media mainstream - e spesso gli stessi commentatori fuorvianti - hanno ancora il compito di descrivere il mondo politico. Non è quindi sufficiente concludere che, nel giornalismo politico, la competenza semplicemente non ha importanza. L'ipotesi più plausibile, allora, è che la copertura delle notizie politiche non abbia fallito nel presunto compito di informare gli elettori in modo da poter svolgere il loro dovere civico, ma che sia riuscita a fare qualcos'altro. Le notizie che girano sempre più velocemente seguono la logica dell'attenzione, e lo fanno in modo efficiente e proficuo. È la logica sottostante che plasma il comportamento di entrambi i politici e il modo in cui sono seguiti dai media. In effetti, la cadenza più rapida delle notizie è uno dei tratti caratteristici del'informazione fin da quando abbiamo avuto i mass media, dal primo maxischermo di Times Square agli aggiornamenti radio orari alle reti TV via cavo 24 ore su 24 fino a Twitter - un'app trasformata in uno show in diretta su Trump. Ci sono più notizie da coprire, sempre più grandi, con indici d'ascolto più alti, e un presidente che si attiene a quanto gli indici richiedono. Finalmente il business delle notizie non è più legato ai cicli di notizie elettorali: l'elezione di Trump ha tirato fuori dal cilindro il trucco di una campagna permanente. Un'elezione che non finisce mai. Il giornalismo può liberarsi dall'idea che più informazioni significa essere più informati? Hotel Brufani - Sala Raffaello - Perugia

in conversation | with simultaneous translation in English and Italian

  • 17:30 - 18:30   thursday 12/04/2018

Hotel Brufani - Sala Raffaello

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Fabio Chiusi
journalist and author
Nathan Jurgenson
sociologist and social media theorist

In conversation with Nathan Jurgenson. Moderated by Fabio Chiusi.

The argument against “normalizing” political figures like Trump risks missing how normal politics-as-entertainment is and how normal bigotry is in the political process. Campaigns and their coverage are more often hostile to real politics but instead consist of objectively dumb speeches, pretend debates, and breathless hype — essentially fan fiction — that elevates a ridiculous authority figure chosen by a massive reality show. To understand Trump’s tenure, we must better describe how his conduct aligns with conventional “normal” presidencies and how they have been covered. Criticizing Trump in order to prop up a fantasy of presidential dignity fundamentally misunderstands American politics.

The most important moment in the coverage of Donald Trump’s presidential campaign was the first: when his political career was greeted by pundits and journalists with laughter. For those whose job it was to describe it, political reality was downright laughable. And after election night, we failed to put the feelings of shock and confusion to good use. The degree of disconnect between political reality and how journalists and pundits describe it was exposed, yet little has changed. We didn’t imagine different ways of doing things. The same mainstream outlets and often the same misleading commentators still have the job of describing the political world. It’s not enough to therefore conclude that, in the business of political journalism, competency simply doesn’t matter. The more plausible assumption is that political news coverage didn’t fail at its supposed job of informing voters so they could perform their civic duty, but that it succeeded at something else.

The news spinning ever faster is the logic of attention working itself out efficiently and profitably. It is the underlying logic that shapes the behavior of both politicians and how they are covered. Indeed, the quicker cadence of the news has been one of its defining features for as long as we’ve had mass media, from the first ticker in Times Square to hourly radio updates to 24-hour cable TV networks to Twitter, an app turned news show about Trump. There is more news to cover, always bigger, with higher ratings, and a president who abides by such ratings demands. At last the news business is no longer beholden to electoral news cycles: Trump’s election has pulled off the trick of making the campaign perpetual. An election that never ends. Can journalism break from the idea that more information means being more informed?











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